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Lavorare con i bimbi e le marginalità sociali: storie di confine e di confino PDF Stampa E-mail
Sabato 12 Dicembre 2015 21:31


Le professioni dell'educatore professionale e dell'OSS, tra necessità e dimenticanza.
di Alberto Enzo.


È un'umida e nebbiosa sera quella del 3 dicembre scorso, una di quelle che ti fa venire voglia di rimanere chiuso in casa, all'interno di confini conosciuti e caldi capaci di farti dimenticare, per un attimo, la stagione in corso e l'imminente arrivo dell'inverno ...

Quella sera, invece, decido di mettermi in macchina e raggiungere Canelli, dove è in programma un aperitivo rivolto a chi lavora nel settore socio-assistenziale, organizzato dalla Funzione Pubblica della CGIL di Asti. Lungo il tragitto mi trovo a riflettere ancora una volta su quanto la nebbia sia in grado di confondere i confini di ciò che ti circonda modificando anche le tue percezioni: tutto appare più indistinto e lontano e ti percepisci maggiormente isolato.

Mi siedo nel salone della Cassa di Risparmio di Asti di piazza Carlo Gancia e ascolto le storie di chi ha deciso di partecipare. C'è Paola, educatrice d'infanzia, che tutti gli anni non percepisce stipendio durante l'estate perché ad agosto l'asilo nido in cui lavora chiude; c'è Mario, che lavora come educatore professionale in una struttura che accoglie minori in situazione di disagio e che parla di turni di 24 ore consecutive; c'è Chiara, anche lei educatrice professionale, che racconta come spesso debba intervenire per far fronte alle emergenze che si generano nella comunità in cui lavora rinunciando al suo unico giorno libero settimanale o alle ore di riposo tra un turno e l'altro, chiamata all'ultimo momento anche la sera e la notte; c'è Maria, OSS, che dice di avere un contratto part-time ma che da tre mesi fa un orario full-time senza però che la sua paga cambi e con la sola e nebulosa promessa che, poi, tutte le ore le verranno riconosciute; c'è Olga, anche lei OSS, che parla di come le colleghe in malattia spesso non vengano sostituite e della frustrazione di dover lasciare gli anziani della struttura in cui lavora privi per ore delle necessarie cure, perché impossibilitata a svolgere alcune operazioni da sola; c'è Guido, educatore professionale, che lavora nelle scuole con minori in forte difficoltà e disagio, ma che è inquadrato come semplice assistente scolastico perché così prevede il bando comunale per l'appalto del servizio; c'è Marta, educatrice professionale, che racconta che la comunità presso cui lavora prevede turni notturni settimanali inquadrati come "reperibilità con obbligo di residenza", formula prevista dal contratto collettivo nazionale che non consente di conteggiare le ore notturne nel monte ore settimanale e che prevede un forfait mensile compensativo lordo di soli 77 euro e pochi centesimi.

Storie di persone che lavorano senza orari certi, impegnate tutti i giorni dell'anno, festività e domeniche comprese, spesso a contatto con persone in forte difficoltà (minori, anziani, diversamente abili), con turni lunghi e massacranti, con scarse tutele per sé e per la propria salute psico-fisica, con straordinari mai riconosciuti.

Si percepisce una grande fatica nelle persone presenti. Affaticate dalle tante frustrazioni vissute, dalle ingiustizie subite e dal senso di isolamento che le avvolge. Affaticate dal non poter svolgere il proprio lavoro in condizioni adeguate e dignitose per sé e per le persone di cui si prendono cura, dalla difficoltà di conciliazione degli orari e degli impegni di lavoro con la propria vita, delle difficoltà ad arrivare a fine mese per le paghe miserrime (tra i 1.150 e 1.250 euro per un educatore full-time; tra gli 800 e i 1000 euro per un OSS) e i frequenti ritardi nei pagamenti degli stipendi che arrivano ad essere anche di più mesi consecutivi.

Mi tornano in mente i versi di una vecchia canzone di Ligabue: “Scelti da chissà che mano/per esser buttati in mezzo alla nebbia/con chi alla nebbia s'è già rassegnato/ed ha spalle curve e vestiti umidi”. Le vite degli operatori e delle persone messe ai margini dalle diseguaglianze della nostra società, delle quali i primi si occupano, finiscono con l'assomigliarsi nella realtà e nell'immaginario collettivo ed individuale.

Guardando la nebbia che da fuori insiste sui vetri del salone nel quale sono seduto, mi chiedo quanto le persone siano a conoscenza di come funziona il settore socio-assistenziale, di quali siano le condizioni di lavoro a cui sono costrette le persone che si prendono cura dei nostri figli, degli amici dei nostri figli, dei nostri anziani, dei nostri adulti in difficoltà e di tutti coloro che hanno necessità di cura per un periodo della loro vita. Mi chiedo quanto gli stessi educatori professionali ed OSS siano coscienti e disponibili a chiedersi quali scelte possano fare per dissipare la nebbia e riportare il confino alla dimensione di confine.

Immerso nelle mie riflessioni, apprendo a margine dell'incontro dell'esistenza di un nascente gruppo di educatori professionali che con l'appoggio della Funzione Pubblica della CGIL di Asti sta iniziando ad organizzarsi e coordinarsi per scambiarsi esperienze e per promuovere iniziative di partecipazione.

Il prossimo incontro di questo gruppo è programmato per giovedì 17 dicembre alle ore 17:30 presso la saletta nel seminterrato della CGIL di Asti. Ho dato la mia disponibilità ad andare a sentire e a curiosare.
Perché il tempo speso per ascoltare storie come quelle di Paola, Mario, Chiara, Maria, Olga, Guido, Marta ha valore, come hanno valore le loro competenze professionali e umane, spesso non riconosciute e relegate al confino del nostro sguardo e del nostro immaginario, nella fitta e spessa nebbia della svalorizzazione continua e dilagante della dignità delle persone e delle loro professioni.


 

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