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Morire sul lavoro non è destino ma omicidio ... PDF Stampa E-mail
Lunedì 18 Aprile 2011 18:46

Imagedi Gianfranco Monaca.

La sentenza sul rogo della Tyssen-Krupp è arrivata. Qualcosa c’è di cui essere fieri in questa “serva Italia di dolore ostello”. Un tribunale ha sentenziato che i morti sul lavoro non sono vittime della fatalità o della propria imprudenza: sono vittime di omicidio volontario, se i padroni hanno ignorato con dolo le norme di sicurezza ...

Come piemontese di antiche origini sono fiero che lo abbia detto il tribunale di Torino, come sono fiero che da Torino sia partita l’unità d’Italia, perché questa sentenza vale molto più dello Statuto albertino, vale quanto la Costituzione repubblicana.

Non faccio retorica, so benissimo quanto contraddittoria sia la storia dell’unità d’Italia, ma questa è una tessera del mosaico che nobilita il volto della patria, se questa parola si può ancora usare onestamente. E’ una sentenza “epocale” (qualche volta anche questa parola si può ancora usare onestamente) come ha detto il dottor Guariniello (pubblico ministero che qualcuno magari considera un brigatista rosso di quelli che bisogna cacciare dalle procure) ma è anche una sentenza “profetica” (come ha detto l’arcivescovo Cesare Nosiglia, che se continua così rischia di giocarsi la porpora).

Si è chiusa dunque l’era pre-umana in cui i lavoratori morivano per “disgrazia”, a causa di “incidenti” imprevedibili, per “infortunio”, o perché il “destino” ha voluto così, o perché “era venuta la sua ora”. Ed è finita anche l’era della “rassegnazione alla volontà di Dio”: le morti sul lavoro non sono volontà di Dio, sono omicidi da galera.

Ora aspettiamo la sentenza del processo Eternit. Finora né la politica né le religioni avevano osato cancellare di colpo secoli di cultura arcaica dominata da un destino e da un dio che stanno sempre da una parte sola.

Questa sentenza ha dunque un valore politico e teologico senza precedenti e un paese in cui un tribunale osa pronunciare una sentenza del genere è un paese civile, e se un uomo di chiesa se ne rallegra, si può sperare. Con tutte le riserve del caso.

I “processi brevi” stanno in agguato, e non è difficile capire perché.

 

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