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Biasimo funebre PDF Stampa E-mail
Domenica 17 Luglio 2016 09:38


di Luisa Rasero (Segreteria Provinciale Cgil) e Simonetta Ferrero (Referente di Libera in Cgil Asti).

La morte di una persona dovrebbe essere sempre un momento triste, ma quando il nome è Bernardo Provenzano, uno dei più spietati capimafia di questo Paese, si fa fatica a non pensare che il mondo è un poco più pulito. E si capiscono benissimo le parole della coraggiosa Sindaca di Corleone, Lea Savona: “La morte di Provenzano è una liberazione, oggi è il nostro 25 aprile” ...

A Corleone è stato disposto di ritirare le bandiere a lutto per l'incidente ferroviario in Puglia, onde evitare equivoci. Mossa molto saggia ma che la dice lunga sul consenso che ancora si teme le mafie possano raccogliere, ricordiamo le Madonne che vengono fatte inchinare davanti alle case dei boss durante le processioni. Come non si possono scordare le complicità diffuse, se è vero – come è vero - che molto spesso i criminali latitanti erano "nascosti" a due passi da casa propria.

Le mafie uccidono fisicamente ma anche moralmente, perché uccidono la speranza. E, quando serve, sanno anche colpire le loro vittime con la macchina del fango. Ci piace ricordare qui la figura di Peppino Impastato, limpida figura di giornalista, poeta, militante di Democrazia Proletaria, strenuo combattente contro le mafie. Impastato fu ucciso nella notte tra l'8 e il 9 maggio 1978, e il suo assassinio fu inscenato in modo che la vittima apparisse suicida, anzi maldestramente perito per una carica di tritolo con la quale stava preparando un attentato. Si deve alla tenacia dei familiari e del “Centro siciliano di documentazione” se finalmente fu ristabilita la verità e se oggi il nome di Impastato viene letto nelle celebrazioni di Libera insieme a quello di tutte le altre vittime di mafia.

Impastato, che era un uomo ironico e irridente, aveva coniato uno slogan: “La mafia è una montagna di merda”. Il giudice Falcone diceva: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una sua fine”.

Questo è lo spirito giusto. La mafia non è onnipotente, e non lo sono neanche i suoi capi. Anzi, quando questi vengono catturati e le cronache ce ne consegnano un profilo più preciso, molto spesso si rimane sconcertati dalla loro pochezza, dalla loro miseria mentale. Grandi solo nella ferocia, per il resto rimandano a quella che la filosofa Hannah Arendt definiva “la banalità del male”.

E quindi vale la pena di continuare a lottare, ispirandoci a grandi uomini e grandi donne che hanno espresso la non-banalità, la ricchezza umana, il coraggio e la determinazione di chi sta dalla parte giusta.

Grazie a tutti e tutte loro.
 

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