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La fabbrica delle capre PDF Stampa E-mail
Giovedì 24 Dicembre 2015 21:20


di Alessandro Mortarino.

Qualche giorno fa si è tenuto a Mantova un importante seminario annuale su caprini e ovini che ha avuto una certa eco anche nell'astigiano, poichè tra gli interventi ospitati si è trattato anche il "caso" di una giovane azienda agricola di Capriglio, guidata da Paolo Pompilio, che ha esposto una sua sperimentazione legata alla fecondazione artificiale. Una pratica costosa e ancora rara, ma da Pompilio ritenuta essenziale per il miglioramento genetico dell'allevamento, in grado di selezionare capre capaci di produrre molto più latte (quasi un quintale in più per capo) e, dunque, da consigliare a tutti gli allevatori. A noi la notizia è parsa da discutere e allora abbiamo provato a chiedere ad alcuni amici allevatori della R.E.S.S.A. (Rete di Economia Solidale e Sostenibile Astigiana) di offrirci un loro commento. Che conferma le nostre perplessità ...

«Mi sento di consigliarla e di promuoverla - ha sostenuto Pompilio - credo che le nuove generazioni di allevatori non possano fare a meno di andare verso questa direzione per migliorare le loro stalle e per questo suggerisco di creare gruppi di lavoro con professionisti della filiera caprina per ogni regione, in modo da far emergere le eccellenze che già oggi ci sono».
(L'articolo completo della sempre piacevole Daniela Peira su "La Nuova Provincia" è visibile qui: http://www.lanuovaprovincia.it/stories/economia_e_lavoro/33995_allevatore_astigiano_relatore_a_mantova_i_benefici_dellinseminazione_artificiale/).

Mario Gala dell'azienda agricola "Il Finocchio Verde" di Murazzano e referente piemontese di Wwoof Italia, ci risponde in modo tranchant: «mi pare che questo modo di interpretare l'allevamento moderno sia il più lontano possibile dalla mia pratica e dalla mia sensibilità. Mi limito ad una battuta: ognuno raccoglie ciò che ha (in)seminato ! Forse ogni tanto bisognerebbe avere l'intelligenza di abbandonare i parametri industriali e considerare la Natura per quella che è ...».

«Più che la singola scelta di allevamento, il problema, secondo me, è più ampio e riguarda l'agricoltura industriale» rincara Alessandro Boasso dell'azienda agricola "Amaltea" di Mombarcaro. «Purtroppo l'agricoltura industriale (anche quella di piccola scala, come quella dell'allevatore astigiano in questione), prevede come prassi l'uso di animali di razze cosiddette cosmopolite a discapito di quelle autoctone, l'inseminazione artificiale, l'alimentazione fortemente specializzata e "spinta" e ovviamente la reclusione degli animali. Il pensiero di benessere animale è inteso come animale che produce di più = animale che sta bene, non animale che produce di più = animale sfruttato, con aspettativa di vita bassissima.
L'animale è ormai visto come una vera e propria "macchina" che deve raggiungere un tot di quantità di latte (per gli animali munti) o il tot accrescimento in tot tempo (per gli animali da carne).
Ormai nell'agroindustria si sono persi tutti gli altri aspetti che vanno oltre la mera produzione; un animale autoctono allevato al pascolo è importantissimo per la salvaguardia del paesaggio: un prato pascolato è meno soggetto a smottamenti dovuti alle forti piogge, si previene il rischio di incendi per la mancanza di erbe secche e le piccole strade interpoderali usate per raggiungere i pascoli vengono mantenute pulite, permettendo anche la fruizione delle stesse da parte di turisti, camminatori, ecc...
Il modello di agroindustria non prevede di diversificare le produzioni: un formaggio fatto con animali che pascolano in un determinato habitat è unico e irripetibile mentre un formaggio fatto con un'alimentazione standard non può differenziarsi da un altro, anche se fatto in tutt'altro luogo.
Un ruolo importante è ovviamente lasciato al consumatore che, scegliendo un certo tipo di agricoltura piuttosto che un'altra, sposta l'ago della bilancia.
Il nostro Paese ha una quantità di prodotti tipici, tradizionali, fatti in aree marginali, legati solo al mondo contadino che devono essere difesi "con i denti", andando a ricercare i piccoli produttori, chiedendo e informandosi su tutta la filiera del singolo prodotto, per poter mantenere tutta la biodiversità e la complessità che è alla base dell'agricoltura italiana; se non riuscissimo a mantenere tutto ciò, la nostra cultura contadina verrà spazzata via dall'agroindustria. Nel nostro piccolo, noi ci stiamo provando e ci crediamo. Ed è questa, per noi, la strada giusta ...
».

Le tesi dell'allevatore di Capriglio si basano sulla personale sperimentazione attuata negli ultimi due anni e sulla certezza di avere già ottenuto in questo breve periodo risultati ben visibili.
«Mi sembra quanto meno superficiale la valutazione fatta sulla questione genetica» ci dice Fabrizio Garbarino della cooperativa "La Masca" di Roccaverano e presidente dell'Associazione Rurale Italiana. «Francamente in soli 2 anni non credo che ci si possa rendere conto realmente dei "benefici" di una tecnica. Nel merito sono dell'idea che incrociare sempre e solo i "capi migliori" vuol dire anche rischiare di limitare in modo preoccupante le "risorse genetiche" di una specie specializzandola in modo, a lungo andare, esasperato. Le esperienze sulla vacca Frisona, vacca regina delle stalle industriali, non incoraggiano a fare lo stesso percorso.
Avere pochi "padri" e una moltitudine di "fabbriche del latte" a 4 zampe, incapaci di sostenere il pascolo o di resistere agli stress, quindi bisognose di cure veterinarie massicce, sta diventando fallimentare.
Infatti molti allevatori, stanchi di questa spasmodica pressione "genetica", stanno ricominciando a incrociare le loro "latterie
ambulanti" con razze più rustiche alla ricerca di quella qualità e resistenza perdute da tempo.
Sulla quantità di animali in cui la fecondazione artificiale ha esito positivo, voglio sottolineare che il risultato del 60% è basso rispetto alla nostra esperienza di fecondazione naturale, che tocca tra l'85% e il 95%.
E se la capra non partorisce non fa latte, nè poco nè tanto, e la mantieni e basta.
Chiaro che devi mantenere (e gestire) i becchi e questo non è facile se non possiedi spazi adeguati.
Sul piano sanitario: per eradicare la Caev è stato fatto molto, e proprio in provincia di Asti, grazie l'impegno del dott. Quasso. Sulla
paratubercolosi si sta cominciando adesso (in ritardo forse), anche lì per l'impegno del dott. Quasso.
Credo che più di una unica soluzione, per valorizzare l'allevamento caprino, bisognerebbe che gli allevatori trovassero (o creassero)
interlocutori capaci di ascoltarli e insieme escogitare soluzioni adatte
».

Ringraziamo i nostri tre interlocutori per la chiarezza della loro esposizione: anche in questo caso un "sistema" di agricoltura o di allevamento in ottica industriale rappresenta un semplice modello e non "il modello di riferimento".
E bello sarebbe se i metodi vincenti (in assoluto) fossero proprio quelli in armonia con il ritmo della Natura: su questi sì che la collettività dovrebbe spendere energia nella ricerca, anzichè indulgere in pratiche genetiche assolutamente evitabili !

E come ci ricordano i nostri allevatori "naturali": il consumatore può far pendere il piatto della bilancia tra un "sistema" e l'altro. Noi non abbiamo dubbi. E in dispensa, ovviamente, abbiamo gli ottimi caprini, i suadenti pecorini e le fresche tome vaccine proprio dei tre amici di Roccaverano, Mombarcaro e Murazzano: grazie a loro, sarà un Natale piacevolissimo. A tavola e nello spirito !

 

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