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Riscaldamento globale: perché è necessario chiamarlo per nome PDF Stampa E-mail
Giovedì 29 Dicembre 2016 15:29

di Maurizio Bongioanni.

“Clima anomalo”; “meteo pazzo”; “temperature primaverili”: questi sono solo alcuni degli epiteti utilizzati dalle testate italiane per descrivere l’aumento delle temperature che hanno caratterizzato la fine del mese di dicembre e contestualmente dell’anno 2016. Più che di epiteti si dovrebbe parlare di incorrettezze semantiche, volte a minimizzare un fenomeno che un nome ce l’ha ma che non viene esplicitato, vuoi per timore, vuoi per disinformazione. Fatto sta che, a nostro avviso, è il caso di parlare di “cambiamento climatico” o di “riscaldamento globale” ...

Cambiare linguaggio
Sarebbe ora di invertire la rotta, a partire dal linguaggio usato. Fino a quando i media italiani non correleranno le temperature anomale come conseguenze del riscaldamento globale, a nostro avviso i cittadini-lettori non si sentiranno responsabili del processo. Perché infatti i media non hanno scrupoli nel pubblicare vita morte e miracoli di tutti i presunti assassini in attesa di giudizio, ma se li pongono quando si deve parlare di climate change? A differenza dei casi giudiziari – dove nemmeno l’assoluzione è in grado di far recuperare credibilità all’imputato tacciato come colpevole – se anche un domani si scoprisse che queste temperature così calde di dicembre non siano da attribuire al cambiamento climatico, dove sta il problema? Tanto meglio, avremmo fatto del bene all’ambiente comunque. Perché allora così tante remore nel dare una notizia con un titolo del tipo “temperature di dicembre record: ecco gli effetti del cambiamento climatico”.
Purtroppo, accanto a semplici distrazioni mass-mediatiche, si accompagnano vere e proprie messe in discussione del riscaldamento globale. Come dimostra il caso di Paolo Mieli, noto editorialista del Corriere della Sera che il 7 novembre 2016 raccontava “i dubbi e gli eccessi sul cambiamento climatico” spiegando come fosse “irrazionale dare retta ai sostenitori della tesi che questo [del cambiamento climatico] sia un campo delle certezze assolute”. Mieli invita nel suo editoriale a evitare di “imbarbarire” tale discussione con il “fanatismo”.

Responsabilizzare l’opinione pubblica
Ma, fanatismi a parte, Mieli guadagna la risposta di una squadra di scienziati guidati dal climatologo Stefano Caserini che sul blog climalteranti.it spiega che di “dati sui cambiamenti climatici di origine antropica ve ne sono molti”. Chiaramente “ci sono molti punti ancora da chiarire nella scienza del clima, ma non sui temi elencati da Mieli che, nel dibattito scientifico, sono stati superati da decenni”.
Tirando fuori la testa dalla sabbia il giornalismo italiano potrebbe contribuire al processo di responsabilizzazione dell’opinione pubblica, processo che migliorerebbe lo stato di salute del pianeta in attesa di decisioni più vincolanti da parte di qualche governo più efficace: per il momento, ahimè, non ancora pervenuto.

Leggi l'articolo in originale su www.envi.info
 

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