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Riparliamo di casa. Ad Asti ... PDF Stampa E-mail
Sabato 13 Maggio 2017 20:24


di Carlo Sottile e Michele Clemente  per Coordinamento Asti Est.

Dopo il reportage di Laura Secci su 'La Stampa' del 4/5/17 e l'intervista del giorno successivo all'Assessore Vercelli, in merito alle problematiche sulla questione "casa", proviamo a fare il punto della situazione.
Le prime “occupazioni” di alloggi vuoti ad Asti risalgono al 2002. Cinque famiglie e una associazione le hanno subito rivendicate pubblicamente, come azioni di riappropriazione del diritto all'abitare ...

Il governo dell'epoca aveva deciso la “cartolarizzazione” degli alloggi Inpdap. Quelli “occupati” ad Asti erano cinque, dei centodieci di proprietà dell'ente previdenziale. Azioni come quelle si erano già moltiplicate su tutto il territorio nazionale, animando un inedito “movimento di lotta per la casa”.
I collettivi dei militanti si erano posti l'obiettivo di un uso sociale del patrimonio residenziale pubblico e privato, dismesso o reso tale, a furor di sfratti, da un mercato immobiliare fortemente speculativo. Il maltolto di cui il movimento si riappropriava era parte del bottino accumulato dai fautori del neoliberismo, del mercato senza se e senza ma, degli immobiliaristi, della possidenza in genere. Bottino incassato a colpi di leggi nazionali da non dimenticare: l'abolizione della Gescal, l'abolizione dell'equo canone, la privatizzazione di gran parte del patrimonio abitativo pubblico, la legge 30 e seguenti di precarizzazione del lavoro.

Volendo fissare una data di inizio della cosiddetta “emergenza abitativa”, si può dunque scegliere a ragion veduta proprio quell'anno, il 2002. Ma cosa è successo dopo di allora?
Scorrendo la serie dei dati, anno per anno, relativa al numero degli sfratti esecutivi, al numero degli alloggi popolari disponibili, al numero delle azioni di contrasto dell'emergenza che hanno avuto successo, si può constatare che la cosiddetta “emergenza abitativa” è una condizione sociale permanente, di massacro dei diritti, di diffusione della precarietà e di anestetizzazione di ogni soggetto sociale che si riproponesse di rimuoverne le cause reali.

Tale condizione, di cui nessuno è in grado di prevedere la fine, è stata istituzionalizzata con l'approvazione della legge 80/2014. Infatti quella legge segna la fine dell'edilizia residenziale pubblica, consegna al mercato tutto il bisogno abitativo, criminalizza la povertà, negando la residenza e vietando l'allacciamento delle utenze alle famiglie che occupano.
Di quale “emergenza abitativa” parla dunque l'assessore Vercelli?
Di quella fin troppo manipolabile delle sue statistiche.

Chi vi transita, senza potervi tornare (finora qualche centinaio di famiglie), non è affatto sicuro di aver risolto il suo problema, qualche volta ne rimanda gli esiti peggiori, qualche volta la soluzione gli viene da un algoritmo che gli rimane sconosciuto. D'altra parte, cosa può accadere in una situazione, la presente, quando il bisogno abitativo di più di 800 famiglie (tante sono quelle censite dalle graduatorie del bando Atc e delle emergenze) si confronta con una disponibilità di case popolari pari a zero e con una agenzia casa del Comune che finanzia la rendita immobiliare piuttosto che tutelare il diritto all'abitare dei cittadini?

Allora come mai, in una situazione come questa, la minaccia dello sfratto o gli effetti peggiori dell'esecuzione vengono vissuti in solitudine, in un rapporto di totale subalternità con i poteri pubblici?
Come mai l'emergenza di cui si parla pubblicamente è descritta come il focus di azioni di riduzione del danno, agite da integerrimi funzionari del Comune o da altri virtuosi filantropi, senza che tale narrazione ceda mai la parola alle persone in carne ed ossa, alle loro storie di vita, ai loro tentativi di esercitare qualche diritto di cittadinanza?

Per chi è stato tra gli animatori del “movimento” ad Asti e adesso riflette sull'esito politicamente sterile delle molte azioni condotte (contrasti, manifestazioni pubbliche, occupazioni e processi) la risposta è amara ma semplice.
Le politiche di riduzione del danno, hanno funzionato e stanno funzionando, come dispositivi di assoggettamento della parte di popolazione che subisce il peggio delle politiche neoliberiste. Disciplinano la povertà, nascondono la crescente disuguaglianza, anestetizzano e rendono innocuo qualsiasi conflitto che affacci anche solo l'ipotesi di una alternativa sociale.

Più che del dimezzamento della sua “emergenza”, di questo dovrebbe vantarsi l'assessore alle politiche sociali.
 

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